RESPIRA

PERCHÈ “MOTIVARSI” PUÒ ESSERE UN CLAMOROSO ERRORE

Provengo anch’io dal mondo dei corsi motivazionali, fatto di trainer che sono sempre carichi, che ti esortano a saltare sul posto o battere il cinque, che tanto assomigliano a Pr da discoteca o a maghi ipnotismi alla Otelma vecchia maniera. Li riconosci facilmente: i primi, hanno un sorriso fisso al limite della paresi e tendono a battere il cinque a chiunque incontrino (e, quando sei un po’ in difficoltà, ti fissano con gli occhi della tigre e ti dicono che tu puoi farcela, cazzo!). I secondi, ti guardano con gli occhi semichiusi e parlano abbassando la voce, tentando di ipnotizzarti in qualsiasi occasione. Spesso, ti prendono più per sonnolenza che per ipnosi, ma va bene lo stesso.

La regola, secondo questo approccio americano reso (se possibile) anche più triste dalla corrispettiva traduzione italiana ad opera dei vari mental coach esagitati a oltranza, è chiaro: se non ce la fai, devi motivarti! Forza! Coraggio! Ancora un metro! Dai che ce la fai! Dai che puoi farcela! Più o meno, la tristezza è questa.

Questa cosa, vale la pena sottolinearlo, non funziona. O meglio, può funzionare nel brevissimo periodo, ma produce comunque più danni che benefici. Le neuroscienze parlano chiaro: il cervello funziona in un modo ben preciso, progettato da Madre Natura per farci sopravvivere il più a lungo e il meglio possibile.

Il neuroscienziato Andrew Huberman afferma, a tal proposito: “il cervello non è fatto per tenerci felici, ma per tenerci vivi”. E il responsabile di questo processo è soprattutto l’amigdala, che tenta di proteggerci in tutti i modi: vuole evitarci qualsiasi pericolo, reale o percepito. Cioè: nel dubbio, pensiamo al peggio che non si sa mai. Ed è a questo punto che la “motivazione” così come sopra ho descritto risulta pericolosa: quando non hai voglia di fare qualcosa (dalle flessioni mattutine all’ultimo chilometro di corsa al mangiarti le carote invece di un piatto di spaghetti), è come se l’amigdala ti dicesse (a torto o a ragione) che è meglio che lasci stare, che quella cosa, in quel momento, non fa per te. Non significa che abbia ragione ma, dal suo punto di vista, in quel momento ha ragione. Urlarle che “ce la deve fare”, che “ancora un chilometro” o “mangia le carote che ti fanno bene” può anche funzionare nel breve periodo, ma produce uno stress altissimo, perché si tratta di una vera e propria violenza a se stessi. Ciò significa che dobbiamo gettare la spugna? No. Significa che dobbiamo lasciar perdere i guru motivazionali un tanto al chilo e scoprire come comunicare in modo sano ed efficace con il nostro cervello.

Con i nostri tre cervelli, anzi: quello più istintivo, quello limbico ed emotivo, la neocorteccia.

Lavorando a stretto contatto con Filippo Scianna (direttore del centro buddhistaIstituto Lama Tzong Khapa, uno dei principali centri in Europa dove si studia e si pratica la mindfulness), ho maturato l’idea che la mindfulness, intesa anche come narrazione che noi facciamo degli eventi che accadono intorno, mentre accadono, è una materia che trova la sua più perfetta applicazione con l’integrazione di intelligenza linguistica. Ovvero: va bene comunicare con il proprio cervello e motivarsi, ma ricorda “le parole giuste, nel giusto ordine”!

Ovvero, e in pratica: nel caso tu volessi proprio convincerti a far quelle flessioni che non hai voglia di fare, invece di farti violenza urlandoti che le devi fare, potresti dedicarti un minuto (ho calcolato: ci vogliono fra i 20 e i 30 secondi) a dialogare con te stesso, anzitutto riconoscendo all’amigdala il suo ruolo e la sua intenzione positiva (“Ehy, baby, lo so che ci tieni a me e vuoi farmi riposare!”), poi suggerendo piacevoli scenari al cervello limbico, che ha così bisogno di storie da raccontare e raccontarsi (“pensa a che fisico ti viene dopo, eh? Pensa alla spiaggia, a quando potrai sfoggiare la tua tartaruga… eh? eh?”) e infine dando le indicazioni alla neocorteccia, che è quella che va in qualche modo convinta con argomenti razionali (“quindi, baby, alza il culetto dal letto e fai altre 10 flessioni, su!”).  I risultati di una comunicazione del genere sono a dir poco impressionanti. Chi applica questo approccio, dichiara di ottenere molti più risultati, molto prima e, soprattutto, senza avere poi quei fisiologici cali energetici o di morale che derivano da un uso spregiudicato e massiccio di adrenalina.

Molti clienti di quei super guru motivazionali lo dicono con candore (senza sapere quello che stanno dicendo davvero): “ho bisogno di andare da xxx per ritrovare la carica”. Ecco, il mio approccio è diverso: io voglio clienti che non hanno bisogno di me per trovare la carica perché ho insegnato loro come farlo da soli.

Un tema delicato, questo, e un po’ controcorrente, che richiederà altri approfondimenti.

Di questo e altro, comunque, parleremo nei due spettacolari giorni di “Mente vincente per business vincenti”, il live learning targato wedoIT Academy di cui io sarò uno dei protagonisti, con Filippo Scianna, Alessio Carciofi (autore di uno splendido libro che ti consiglio di leggere: Digital Detox – Hoepli), Natascia Pane e Loreto Nemi. Per saperne di più, visita il nostro sito.

Alla prossima!

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About Paolo Borzacchiello

Autore del best seller "Parole per vendere" e di altri libri sulla comunicazione e la vendita, è consulente e trainer in comunicazione persuasiva e strategica. Ha creato il metodo HCE® ed è il direttore di wedoIT Academy. Ogni anno forma migliaia di persone dal vivo e segue personalmente la consulenza di politici, imprenditori e manager.

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